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Dall’opera politically correct di Jalil Lespert all’irriverente versione di Bonello

“Nato postumo, con la mente dinamite”. Niente di più adatto che le parole di Friedrich Nietzsche per definire Yves Saint Laurent, geniale stilista francese che ha saputo precorrere i tempi con le sue creazioni. Talentuoso, controverso. Fragile.

Su questo punto entrambe le pellicole presentate quest’anno- Yves Saint Laurent di Jalil Lespert e Saint Laurent di Bertrand Bonello- sono concordi. Ma, per la verità, trovare altri punti in comune riesce decisamente arduo. Se l’ opera di Lespert pone l’accento prevalentemente sul rapporto a tutto tondo con il compagno dello stilista, Paul Bergé- che ha in prima persona accolto con grande plauso la pellicola- così non è per la versione di Bonello, che, al contrario, concentra la sua attenzione sull’edonismo sfrenato di Saint Laurent; sulle sue vicende legate agli eccessi- sesso, droga e haute couture.

Una contrapposizione apparentemente netta quella tra la versione per così dire “ufficiale” di Lespert, che fornisce una ricostruzione quasi reverente della biografia di Saint Laurent, e quella più decadente di Bonello. Ma, nonostante ci venga presentato questo genio eterodosso nelle sue vesti più “maledette”, lungi dall’uscirne demolita l’ immagine, lo stilista ne esce forse solo più umano proprio perché fallibile. Figlio del suo tempo, artefice e, paradossalmente, “vittima” , del proprio successo.