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I vestiti come tavolozze di colori e nuove tele per gli artisti: da Dior a Fendi a Pucci, le proposte

Il confine fra arte e moda, si sa, è labile; le contaminazioni non fanno che confermare un canone estetico universale, ed universalmente riconoscibile.

Il genio creativo sarebbe nulla senza l’ispirazione, il processo che porta all’idea necessità di istinto e razionalità in ugual misura: la mente, come una spugna, assorbe tutto ciò che le sta intorno, ma, come un filtro, trattiene solo ciò che colpisce la sua attenzione. Non è dunque difficile, guardando una sfilata, avere l’impressione di un dejà-vu. Senza dubbio nei tessuti traforati e tridimensionalizzati di Dior è insito un “Concetto spaziale”, titolo che Lucio Fontana, padre del Movimento Spazialista, dava ripetutamente alle sue opere, per evidenziare l’operazione che porta una tela, bidimensionale e figurativa fino a quel momento, a trasformarsi in scultura. I colori pieni, profondi, giustapposti tra loro con contrasti originali usati negli abiti di Fendi ricordano l’espressionismo astratto di Mark Rothko. E se Rothko ci porta in abissi cromatici densi ed emozionali, Takashi Murakami è un’esplosione di colori sorridenti, saturi come i pannarelli di un bambino, semplici e solari anche nelle associazioni in scala di colore, i blu con i cerulei, i rosa con i fucsia e i rossi, con l’unica rottura delle bordature nere ad evidenziare le geometrie, come nelle storiche fantasie Pucci, classiche e sempre attuali anche nelle sfilate di quest’anno.